Anche l’abbigliamento può essere sensibile

  Osservatorio Socialis   Feb 09, 2018   Blog ed Interviste, News, Principale   Commenti disabilitati su Anche l’abbigliamento può essere sensibile

 

Lavinia Trotti è una giovane designer da poco laureata in Moda e Design Industriale presso l’università San Raffaele di Roma ed ha ideato “Not just a concept”, un progetto di “abbigliamento sensibile” applicato alle sindromi di autismo e sordocecità.

L’abbigliamento sensibile è un tipo di abbigliamento capace di interpretare le emozioni e di trasmetterle, tramite feedback. Si tratta di uno step successivo rispetto all’abbigliamento definito come ‘intelligente’ poiché l’abbigliamento sensibile prevede la connessione ad elementi elettronici. Cerchiamo di capire con lei quali possano essere le ricadute di questo nuovo settore.

Tessuto, tecnologia, disabilità: come si incontrano questi mondi così lontani?

Le innovazioni hanno permesso al campo del tessile di divenire tecnologicamente all’avanguardia, sincronizzando settori in apparenza molto distanti. È il caso dell’abbigliamento e del settore medico che, insieme, hanno dato vita ad una nuova categoria di abiti direttamente connessi alle emozioni del fruitore; è così che dalla definizione di abiti ‘intelligenti’ si è passati a quella di abiti ‘sensibili’. È un passaggio importante perché in questo modo ci si rivolge ad un’utenza dai bisogni ancora inespressi. Penso ad esempio alle persone le cui capacità relazionali e comunicative vengono impedite da sindromi molto complesse. Come nel caso della sordocecità e dell’autismo a basso funzionamento.

Da dove nasce l’idea?

Complice forse la mia formazione scout ho voluto che i miei studi contribuissero ad aiutare gli altri. Per farlo sono partita da due elementi:  la luce e le emozioni umane. L’abbigliamento è infatti capace di comunicare molto più di quanto si creda, ma è anche ristretto ad un tipo di comunicazione indiretta. La scelta di forme e colori parla della personalità ma non può chiarire esplicitamente le emozioni momento per momento ed io ho voluto indagare proprio questo aspetto.

È indubbio, infatti, che l’incomunicabilità sia uno dei principali ostacoli alla base delle relazioni umane ed in casi molto specifici essa rappresenta un dato di fatto, una situazione a cui adattarsi. Lo comprendono bene quanti si trovano vicino a soggetti affetti da sindromi invadenti come l’autismo e la sordocecità, per esempio. Essendo appunto sindromi, e  non prevedendo quindi una guarigione, sono accomunate dall’incapacità e/o dall’impossibilità di comunicare in modo socialmente comprensibile con l’altro. Per questo motivo ho deciso di avvicinarle e farne il target unico del mio progetto.

Come si uniscono tutti questi elementi: le emozioni, la luce, l’abbigliamento, le innovazioni tecnologiche ed il sociale?

Sono partita da un progetto della Philips Electronics, il Probe Project SKIN, rimasto però allo stadio concept, ovvero rimasto ad una fase sperimentale e che, nel caso specifico, prevede due soli esemplari progettati per connettere le emozioni provate da chi li indossa ad alcune luci LED, le quali a loro volta, attraverso sensori biometrici, emettono pattern luminosi in relazione all’emozione registrata dal sensore. I due abiti si chiamano The Bubelle Dress e The Frisson Dress e rientrano nell’ambito dell’abbigliamento sensibile. La mia attenzione si è rivolta in particolare al Bubelle Dress, un abito che, come suggerisce il nome, prende la forma di una suggestiva grande bolla che avvolge il corpo. Composto da due parti, una più aderente connessa ai sensori biometrici ed una semitrasparente e più ampia, la ‘bolla’, su cui vengono riflesse le luci dei LED. Lo scopo di questi due abiti, a detta di Clive Van Herdeen, una dei progettisti, è quello di aprire la strada a chi avesse il piacere di implementare il progetto successivamente. È questa la via che ho percorso con il mio studio.

Rispetto al Probe Project SKIN da cui sei partita, in cosa si differenzia il tuo progetto?

Il campo d’azione del design non concerne la semplice progettazione di oggetti, ma anche l’ipotesi di scenari plausibili e campi di utilizzo differenti da quelli fino ad ora sviluppati. Questo atteggiamento, tipico del cosiddetto Design Thinking, ha coinvolto il Probe Project SKIN per il quale ho ipotizzato un diverso ambito applicativo. L’abito, semplificato, potrebbe aiutare le persone con le sindromi che ho individuato, facendosi da intermediario tra loro ed il mondo esterno. È perciò importante che assuma delle fattezze più ridotte. Il funzionamento alla base rimane lo stesso dell’abito Bubelle ma, rispetto ai prototipi, adattato ad un’utenza che necessità di movimenti fluidi e liberi, senza alcun impedimento. I sensori comunicano ai LED le emozioni ed i bisogni, che vengono di conseguenza espresse attraverso differenti colori. Che tipo di emozioni? Emozioni difficilmente interpretabili per quanti sono intorno a questi soggetti e difficilmente esprimibili da loro stessi come, ad esempio, l’ansia, la frustrazione, ma anche  semplicemente la fame, la sete o il sonno.

Not just a concept è la soluzione che proponi. Quali caratteristiche ha?

Le dimensioni e la forma sono quelle di una maglietta o una canottiera, di sicuro più funzionali rispetto all’abito originale. Il sensore viene posizionato in una tasca, per cui può essere rimosso nel momento del lavaggio del capo, eventualmente forata per far entrare in contatto il sensore con la pelle. Grazie alle ultime soluzioni in questo campo, si possono sfruttare le ridottissime dimensioni raggiunte dai sensori biometrici e la vasta gamma di valori che sono ormai in grado di registrare e codificare per amplificare il bacino di emozioni individuabili (potrebbero registrare i seguenti parametri: temperatura, frequenza cardiaca, pressione, respirazione, sudorazione). Il sensore sarebbe poi connesso alle luci LED di differenti colori, posizionate nella parte esterna di una tasca, anch’essa removibile, tramite filati conduttivi.

È chiaro che il design va ad interpretare bisogni ancora inespressi, sperando che il suo apporto possa facilitare certe esperienze di vita quotidiana. La connessione ad altri settori si è fatta vitale affinché una tale prospettiva diventi realizzabile. I vari campi del sapere possono creare soluzioni mai affrontate prima, utilizzando al meglio le potenzialità di questa epoca, anche e soprattutto per rendere il mondo un luogo più accessibile a tutti.

a cura di Marta Tersigni ©Osservatorio Socialis

 

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