“Il design oltre i suoi confini, alla ricerca di un mondo migliore”, Intervista a Luisa Bocchietto, Presidente World Design Organisation

  Osservatorio Socialis   Dic 05, 2017   Blog ed Interviste, News, Principale   Commenti disabilitati su “Il design oltre i suoi confini, alla ricerca di un mondo migliore”, Intervista a Luisa Bocchietto, Presidente World Design Organisation

Architetto, Presidente del WDO, World Design Organisation per i prossimi due anni. É stata Presidente ADI –Associazione per il Disegno Industriale dal 2008 al 2014. Co-founder dell’Associazione DComeDesign per la promozione della creatività femminile, nata a seguito della mostra “La mano, la mente , il cuore” realizzata con la storica Anty Pansera in occasione di Torino World Design Capital 2008, una grande rassegna che ha raccontato il lavoro di 100 designer donne storiche e contemporanee.

Da pochi mesi hai assunto la carica di Presidente del WDO, World Design Organization, l’organizzazione mondiale a cui fanno capo le associazioni di design. Quale sarà la tua politica? Ci sarà un cambio di rotta nelle scelte strategiche di WDO?

Il cambio in realtà è già in atto da due mandati. C’è stato un cambio di visione nel board di WDO e il cambio stesso del nome – prima si chiamava ICSID – International Council of Societies of Industrial Design – e ora World Design Organization – in coincidenza del sessantesimo anniversario dell’Associazione. La caratterizzazione di design “industriale” passa dal titolo al sottotitolo, nel senso che si riconosce sempre la metodologia all’origine del disegno industriale alla base di questa associazione, però si fa un’apertura maggiore al design a tutto campo; cioè si legge lo sviluppo industriale come qualcosa che ha caratterizzato la rivoluzione industriale dall’Ottocento fino al secolo scorso e si riconosce il fatto di essere, oggi, all’interno di una nuova rivoluzione – quella digitale che stiamo vivendo – che impone anche al design di allargare i propri confini disciplinari per coinvolgere il design per i servizi, il design per il sociale, il design thinking e tutte le nuove frontiere con cui il design collabora e si interfaccia in modo attivo.

Nell’ambito di questa nuova visione di WDO, qual’è il peso che avrà e che tu intendi dare al design per il sociale, a tutti quegli aspetti dove il design diventa strumento di crescita economica e di innovazione anche in contesti disagiati e si rivela un’opportunità per comunità che normalmente non hanno accesso neppure alla parola ‘design’?

Nella linea di evoluzione di WDO, l’organizzazione avrà sempre più come interlocutore non solo le imprese, ma le collettività; le città in primo luogo e poi tutte le collettività in senso lato. Il riferimento sono le raccomandazioni delle Nazioni Unite verso gli obiettivi 2030. Sono tutti obiettivi che coinvolgono in modo pressante il rispetto del pianeta, la ricerca delle uguali opportunità per tutti, sotto tutti i punti di vista. In questo contesto il design per il sociale è veramente uno degli elementi della contemporaneità del design. Per quanto riguarda i miei obiettivi personali il mio desiderio è di riportare in evidenza la visione delle origini del design, che non è solo business, ma anche utopicamente la ricerca di un mondo migliore con uguali opportunità per tutti. La storia vissuta ci fornisce questa consapevolezza, mentre in alcuni paesi e nel tempo si è poi affermata un’impostazione della visione, più mirata alla crescita e allo sviluppo del prodotto in funzione del solo mercato. Forse noi come europei e come italiani abbiamo conservato una visione per certi versi più romantica che può dimostrarsi attenta alle responsabilità che attendono i progettisti nel futuro. Quindi questa sensibilità nei confronti delle tematiche sociali, già portata avanti nell’ambito dell’ADI con la creazione di una categoria di selezione apposita, è uno dei miei obiettivi. L’altro mio impegno, sul quale mi sono candidata, è quello di riuscire ad arrivare a parlare non più solo alle imprese, ai progettisti e ai designer, cioè a chi il design lo conosce, ma portare la voce del design al di fuori di quello che è il nostro abituale contesto. Cioè non ritengo sufficiente continuare a parlare di design tra di noi, che conosciamo le sue potenzialità, ma piuttosto arrivare a portare nei luoghi decisionali il messaggio che il design può contribuire davvero a costruire un mondo migliore. Non so se ci riuscirò o meno, ma questo perlomeno è l’obiettivo che mi sono data.

Quali operazioni di comunicazione pensi di poter realisticamente attuare per diffondere questa visione e conoscenza del design?

Vorrei utilizzare la rete che è rappresentata dalla WDO e a nome di questa rete riuscire a raggiungere gli organismi internazionali, europei e mondiali, che si occupano di definire gli indirizzi e le azioni in cui la progettazione può essere coinvolta per promuovere azioni concrete di cambiamento. Quindi ogni aiuto da parte di organizzazioni a scopo umanitario, a titolo di supporto, saranno utili per aggiungere informazioni a quelle che sono le strategie presenti all’interno della rete per arrivare a questo obiettivo.

Come può la comunicazione capillare e diffusa diffondere la conoscenza del design e della sua utilità?

Ogni iniziativa è utile perché il design è pervasivo in molti processi e si muove in modo trasversale. Un appuntamento interessante per la diffusione del design è quello annuale del 29 giugno, la giornata mondiale del design industriale – World Industrial Design Day – giornata in cui città, progettisti, enti e organizzazioni vengono invitate a realizzare un evento che promuova il design. Ogni anno si propone un tema diverso; nel 2016 la giornata era dedicata al coinvolgimento dei giovani progettisti, quest’anno il tema è stato: “Il design out of the box”.

Dibattito, incontri, festa su questo tema sono serviti per produrre un messaggio utile a far capire maggiormente come il campo di applicazione del design si stia ampliando a questi nuovi territori che non riguardano solo quello del prodotto come lo intende genericamente il pubblico. Il WDO fornisce una serie di strumenti in modo che si possano produrre informazioni, immagini da mettere nel sito e far circolare in termini di comunicazione.

WDO inoltre promuove Talks di confronto, iniziative di divulgazione in molte parti del mondo e progetti come World Design Capital che influiscono sul cambiamento del pensiero sullo sviluppo delle città coinvolte.

Torino è stato protagonista del programma che hai organizzato per l’Assemblea generale WDO nell’ottobre scorso e sempre più si configura come capitale del design rispetto a Milano…

L’assemblea mondiale WDO si è svolta il 14 e 15 ottobre scorsi, un giorno di lavori interni, e una giornata semiaperta alle istituzioni locali.

Nelle giornate precedenti l’Assemblea è stata organizzata una Design Week in cui si sono dibattuti ogni giorno diversi temi. I primi due riassunti dallo slogan ‘to move to make’, hanno raccolto il lavoro fatto dalla città negli ultimi due anni, incentrato sulla mobilità e sul prodotto, ma comprendendo anche i makers e il fenomeno delle autoproduzioni, quella nuova tipologia di prodotti che si stanno sviluppando fuori dalle aziende.

Il terzo tema era legato al rapporto tra design e città: il messaggio lanciato dai progettisti a partire dagli anni Cinquanta e dall’ultimo congresso ICSID, tenuto in Italia nel 1983, che aveva lo slogan ‘Dal cucchiaio alla città’ è sembrato essere arrivato a destinazione, oggi siamo arrivati ad avere come interlocutori le Città. Nel 2008 Torino era stata la prima sede di World Design Capital, che poi è diventata un’iniziativa che si è sviluppata in modo notevole nel mondo.

Questa è stata dunque l’occasione per fare il punto tra città che sono state nominate World Design Capital e mettere a confronto le esperienze delle persone che hanno seguito queste iniziative nel mondo che sono state sicuramente diverse tra loro. Torino dopo questa esperienza si è anche candidata come città creativa dell’Unesco: sono state quindi invitate anche città che fanno parte di questa rete e città che promuovono le Design Week, per capire come il design possa aiutare le città in questa evoluzione.

Il quarto tema che ho promosso con convinzione è stato ‘design for heritage’, perché ho pensato che l’Italia e Torino in particolare potesse lanciare questo tema facendo un lavoro in favore del Paese. È un tema che deve coinvolgere da un lato le Sovrintendenze e da un altro le Istituzioni nazionali per mettere a valore questo enorme patrimonio che noi abbiamo, costituito da territorio, musei, beni culturali, cibo, design, moda, ma che tutto sommato non è ancora messo a sistema e non ci permette di sfruttare tante potenzialità del nostro paese. Il programma è stato intenso, siamo riusciti a realizzarlo nonostante le problematiche economiche che in questo momento, ovunque, sono l’ostacolo principale da superare, grazie alla partecipazione corale della Città.

(a cura di Patrizia Scarzella) © Osservatorio Socialis

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